Per scoprire chi era Antonio Raposo Tavares, si rende necessario ripercorrere parte del viaggio di 10mila km che quest’uomo compì tra il 1647 ed il 1651; si tratta di un itinerario attraverso foreste, piccoli villaggi, missioni di Gesuiti, alla scoperta di un Sudamerica inedito, lontano dall’immaginario comune.
Fra il 1500 e la fine del 1700, in Sud America i bandeirantes, esploratori coloniali portoghesi e brasiliani, percorrevano in lungo e in largo il continente alla ricerca di schiavi e di ricchezze, conquistando territori e compiendo anche efferatezza di vario genere.
Fra i bandeirantes più conosciuti spicca la figura leggendaria e controversa di Antonio Raposo Tavares, che attorno alla metà del 1600 compì un viaggio di oltre 10.000 chilometri in cerca di oro, minerali preziosi e schiavi seguendo i corsi dei fiumi, principalmente il Rio Paraguay, il Rio Grande, il Rio Mamoré, il Rio Madeira e il Rio delle Amazzoni.
Paolo Brovelli, scrittore ed esperto Kel 12, gli ha dedicato un libro e un itinerario che ripercorre in parte le sue tracce: un viaggio nello spazio e nel tempo, per cercare di carpire un segreto custodito da secoli.
Il viaggio parte inevitabilmente dal Brasile ed in particolare da Rio de Janeiro e tocca poi le leggendarie cascate di Iguazù, ma è nel cuore del continente latinoamericano che si concentrano le vere sorprese di questo viaggio: la missione di San Ignacio Mini, un sito archeologico di grande fascino, dove, ad accogliere i visitatori restano parte degli antichi edifici e degli imponenti muri della facciata della chiesa, decorata con elementi architettonici e scultorei in barocco guaranì, uno stile meticcio che univa elementi di ispirazione europea e motivi indigeni. Fino al 1700 inoltrato vissero qui oltre 4000 fra indigeni e padri gesuiti che riuscirono a resistere agli assalti dei bandeirantes.
Passando il confine con il Paraguay appare la Santísima Trinidad de Paraná, un’altra missione di Gesuiti che, secondo i racconti degli antichi abitanti del luogo, era la missione più bella e sfarzosa di tutta l’area. E, stando a
quanto si può vedere, il racconto non doveva essere molto distante dalla realtà: ancora oggi infatti, varcandone la soglia, si è colpiti dalle splendide decorazioni in pietra sopra l’altare e dai fregi e dalle sculture che adornano le porte che conducono alle sagrestie.
Ma nel viaggio è previsto anche spazio per la natura lussureggiante del Pantanal, la più grande zona umida ed ecosistema unico al mondo: 230.000 chilometri quadrati che formano la più vasta pianura alluvionale al mondo, in cui si incontrano i fiumi Paraguai, Cuiaba, Piriqui e San Lorenzo, oltre a migliaia di canali. Nel Pantanal sono le acque a regolare il ritmo della vita di uomini e animali: la stagione delle piogge dura da dicembre ad aprile, ma la pianura rimane inondata fino a maggio, quando l’acqua si abbassa lentamente. In questo ambiente naturale sorprendente vivono 650 specie di uccelli, 300 specie di pesci, circa 190
specie di mammiferi e 170 specie di rettili, fra cui l’anaconda gigante, il giaguaro, il puma, il formichiere gigante e l’ara giacinto.
Oltre il confine boliviano attende il Tren de la Muerte: un nome inquietante per quello che attualmente è un normale treno che scorre senza fretta nella regione orientale della Bolivia ma che, anticamente, era il mezzo utilizzato per il trasporto dei malati di febbre gialla.
Continuando a seguire le orme di Antonio Raposo Tavares si arriva in vista delle missioni di Ciquitos: le chiese di San José, Santa Ana, San Miguel, San Rafael, Concepcion e San Javier, costruite da abili artigiani locali sotto la direzione dei gesuiti, sono un esempio originale di fusione fra stile barocco centro europeo e creatività indigena; dopo un lungo abbandono sono state oggetto di un accurato lavoro di restauro ed a differenza delle altre missioni incontrate durante il viaggio, questi edifici religiosi sono luoghi vivi e aperti al culto e costituiscono il cuore pulsante delle comunità chiquitane.
Santa Cruz de la Sierra è l’ultima tappa del viaggio: poco distante si trova la missione di San Javier, la più antica tra le missioni gesuitiche della Bolivia, che custodisce bellissimi affreschi, colonne lignee riccamente lavorate e altari decorati con lamine d’oro, in cui riecheggiano da secoli i passi dell’esploratore mercenario.
(i.c.)
















