di Leonardo Felician
La primavera triestina si rivela quest’anno con una luce tersa, capace di accendere i profili neoclassici dei palazzi che si specchiano nell’Adriatico.
È un momento di grazia per la città, che vive un vero e proprio Rinascimento turistico, confermandosi meta d’elezione
per i viaggiatori della Mitteleuropa che non hanno mai smesso di amarla.
I flussi provenienti dall’area austriaca e tedesca, storicamente legati a questo lembo di terra, si intrecciano oggi alla crescente curiosità dei paesi dell’Europa centro-orientale e a una riscoperta finalmente matura da parte dei viaggiatori italiani.
Trieste appare luminosa, vibrante, a tratti presa d’assalto, ma mai doma: capace di accogliere flussi turistici senza precedenti, molto superiori ai livelli pre-pandemia, con l’eleganza sobria dei suoi caffè storici e la profondità dei suoi itinerari esistenziali. Tra questi, l’inconsueto Museo Letterario, ad ingresso libero, che celebra le figure di Saba, Svevo e di Joyce, che nel capoluogo giuliano visse a lungo e scrisse parte del suo Ulisse. In questo clima di fermento culturale, la riscoperta delle radici egizie a Miramare non è solo un evento espositivo, ma un atto di restituzione alla memoria collettiva della città.
Un’esposizione che è un viaggio nel tempo – Presso le scuderie del Museo storico e Parco del Castello di Miramare è stata di recente inaugurata da pochi giorni e resterà aperta fino all’inizio di novembre una straordinaria mostra dedicata alla passione per l’antico Egitto
dell’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo. Una sfinge l’attrae. Massimiliano d’Asburgo e le collezioni egizie tra Trieste e Vienna è organizzata dal Museo Storico e Parco del Castello di Miramare, co-organizzata dal Kunsthistorisches Museum di Vienna — uno dei grandi musei d’arte europei, per importanza e ampiezza delle collezioni paragonabile al Louvre o ai Musei Vaticani — realizzata da MondoMostre e CoopCulture, in collaborazione con il Comune di Trieste e PromoTurismoFVG, con il contributo scientifico del Museo Egizio di Torino.
L’esposizione segna il ritorno, dopo quasi 150 anni, di una parte significativa della raccolta egizia dell’arciduca Massimiliano, trasferita dopo la sua morte al Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Curata da Massimo Osanna, direttore della Direzione Generale Musei, Christian Greco, giovane direttore del Museo Egizio di Torino, al quale si deve anche un’autorevole intervista filmata, Cäcilia Bischoff e Michaela Hüttner, curatrici della Collezione egizio-orientale del museo viennese, la mostra presenta oltre cento reperti, tra cui prestiti provenienti dal Civico Museo d’Antichità J. J. Winckelmann di Trieste.
Il percorso espositivo, suggestivamente ambientato in sale dall’illuminazione soffusa, racconta non solo la formazione della collezione, ma tratteggia con passione il contesto culturale dell’Ottocento, quando il collezionismo di antichità era un fenomeno diffuso tra le élite europee.
I numerosi oggetti esposti testimoniano il forte interesse di Massimiliano per l’egittologia, coltivato attraverso acquisti, missioni diplomatiche e campagne di raccolta condotte con la collaborazione di eminenti studiosi.
L’allestimento offre ai visitatori un viaggio tra storia, arte e cultura, restituendo il sogno dell’arciduca: un museo ideale in cui conoscenza, prestigio e divulgazione convivessero al servizio di tutti. Perché Massimiliano non immaginava una collezione privata, ma un patrimonio condiviso, oggi si direbbe inclusivo, capace di avvicinare chiunque a scoperte archeologiche che solo i privilegi del rango e della fortuna consentivano di raccogliere.
Accanto all’esposizione, presa d’assalto fin dai primi giorni di apertura, è previsto un ricco programma di attività educative, laboratori e workshop rivolti a scuole, famiglie e pubblico adulto, con l’obiettivo di avvicinare i visitatori al fascino della civiltà egizia. Questo evento,
sostenuto da una collaborazione di respiro internazionale, rafforza il dialogo culturale tra Trieste e Vienna, riportando temporaneamente “a casa” una delle collezioni più affascinanti della storia europea: un patrimonio che per oltre un secolo è rimasto lontano dal mare di Trieste.
Il Presagio di Carducci: La sfinge di Miramare – Il titolo della mostra è curioso e non si coglie a prima vista.
Per chi conserva qualche reminiscenza scolastica, però, esso evoca immediatamente le suggestioni crepuscolari dell’ode Miramar di Giosuè Carducci.
Con una sensibilità quasi profetica, il poeta — primo italiano a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1906 — colse l’inquietudine di Massimiliano, un sovrano che cercava nel più remoto passato una risposta al presente:
Dante e Goethe al sire |parlano in vano |da le animose tavole: una sfinge |l’attrae con vista mobile su l’onde:|ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro |del romanziero.
In questi versi, la sfinge non è solo un reperto archeologico, ma il simbolo del fascino fatale dell’Oriente e dell’altrove, un presagio del tragico destino messicano dell’arciduca, fratello
minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. Quella vista mobile su l’onde richiama visivamente la posizione della sfinge che ancora oggi orna l’ingresso del porticciolo del castello, da cui Massimiliano partì a bordo della Novara — la fatal Novara nei versi di Carducci, fregata austriaca che, per ironia della sorte portava il nome di una battaglia vinta contro l’esercito piemontese — e che fu la stessa nave a riportare in Europa la salma dopo la fucilazione a Querétaro da parte dei rivoluzionari messicani.
L’affetto dei triestini per Massimiliano, che si stabilì in città e fece costruire l’eclettico Castello di Miramare, icona bianca incastonata sull’azzurro dell’Adriatico, è un sentimento che resiste al tempo.
La statua in Piazza Venezia, finanziata interamente da sottoscrizioni spontanee dei cittadini e inaugurata pochi anni dopo la sua morte, ritrae l’Arciduca in divisa da ammiraglio. La sua posa fiera, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte del mare che fu per lui promessa e condanna, e soprattutto la toccante dedica sul basamento — all’austriaca marina cui posi
tanto affetto | a quanti lascio amici lungo i lidi dell’Adria | il supremo mio vale | 16 giugno 1867 | Massimiliano — restano il cuore di una nostalgia per l’epoca del grande emporio commerciale, quando Trieste, città di sentimenti italiani, ma per oltre cinque secoli parte dell’Impero austriaco, era col suo porto la finestra luminosa dell’Impero sul mondo.
L’egittomania alla porta dell’Oriente – Dopo l’apertura del Canale di Suez e fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Trieste fu il principale porto commerciale dell’Impero Asburgico e la porta naturale dei traffici con l’Oriente. L’egittomania triestina non fu un capriccio aristocratico, ma il risultato di una sedimentazione storica avviata nel 1719 con l’istituzione del Porto Franco, che trasformò la città nel ganglio vitale dei commerci mediterranei. Fu il Lloyd Austriaco a tessere questa tela, collegando stabilmente Trieste ad Alessandria e al Cairo. Non è un caso che proprio a Trieste, nel 1858, fosse stampato in lingua tedesca il primo manuale pionieristico per i viaggiatori in Egitto.
Questo spirito enciclopedico si riflette nel collezionismo diffuso della città. Il Museo J. J. Winckelmann, istituito nel 1873 nelle vicinanze della cattedrale di San Giusto e visitabile ad ingresso libero, custodisce oltre mille reperti che non derivano da grandi campagne di scavo, ma dalla generosità di diplomatici, marittimi e commercianti. Erano uomini di provenienze le più diverse, che avevano fatto di Trieste la loro patria d’adozione,
integrandosi con sorprendente naturalezza grazie alla lingua franca del dialetto locale: un idioma di radice veneta, arricchito nel tempo da inserti tedeschi, slavi, greci e turchi, specchio sonoro di una città che era, prima ancora che un porto, un crocevia di civiltà. La piccola ma mirabile collezione del Museo Winkelmann, parte della quale è oggi esposta nella mostra a Miramare, parla di vita e di morte: dagli ushabti, i celebri servitori funerari, ai vasi canopi, fino alle affascinanti mummie di gatti, falchi e coccodrilli, testimonianza di una partecipazione civica diffusa.
L’esilio della collezione di Massimiliano – Massimiliano d’Asburgo, figura complessa di naturalista e scienziato prima ancora che di sovrano, concepì Miramare come un cenacolo di bellezza e sapere. Vi visse con la consorte Carlotta del Belgio prima che la ragion di stato lo costringesse a rincorrere il sogno imperiale in Messico. La mostra narra l’avventura di circa 1.200 oggetti acquistati in Egitto tra il 1865 e il 1866 dallo studioso Simon Leo Reinisch su incarico dell’Arciduca: alcuni dei reperti di maggior valore sono esposti nell’esposizione. Destinati al Museo Nacional di Città del Messico, i reperti rimasero prigionieri degli eventi bellici del 1867: l’imbarcazione che li trasportava fece ritorno a Trieste senza aver mai sbarcato il carico a Veracruz. Dopo la morte di Massimiliano, la collezione trovò rifugio provvisorio nei pressi del castello, prima che la casa d’Asburgo ne ordinasse il trasferimento
a Vienna nel 1891. Il ritorno di questi pezzi nella loro sede naturale, per la prima volta dopo 143 anni, segna una riconciliazione storica con il territorio, riportando testimonianze preziose come il pyramidion, i bronzetti votivi e i rari frammenti del Libro dei Morti.
Questa mostra, che durante le vacanze pasquali ha già fatto il tutto esaurito attraendo visitatori da tutta Europa, presenta un allestimento curato e interessanti didascalie bilingui, in italiano e in inglese. Manca purtroppo il tedesco: sarebbe stato l’omaggio più giusto alla figura di Massimiliano.
La musica di Vienna a Trieste – Pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra di Miramare, cui hanno partecipato autorità italiane e austriache di alto livello, il Politeama Rossetti ha ospitato una grande serata di musica. È il salotto buono della città: un teatro dall’ampia sala e dalla volta stellata, sede permanente dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, sempre gremito dal pubblico triestino e parte del grande circuito nazionale della prosa e dei musical, dove Trieste figura stabilmente accanto a Milano e Roma tra le piazze più ambite dagli spettacoli d’eccellenza nazionali ed internazionali.
Nell’occasione, il foyer e la sala pavesati a festa e inondati di fiori hanno accolto un pubblico elegante e molto internazionale, con numerosi ospiti austriaci e i carabinieri in alta uniforme: una cornice che ha sottolineato con efficacia il legame d’amicizia tra Vienna e Trieste.
I Wiener Symphoniker, una delle orchestre europee di tradizione più antica e prestigiosa, fondata nell’anno 1900, hanno portato per il secondo anno consecutivo in città il loro festival musicale di primavera, annunciando già il programma e aprendo le prenotazioni per la terza edizione, in programma nel marzo 2027.
Ininterrottamente da oltre un secolo i Wiener Symphoniker plasmano e custodiscono l’identità sonora della loro città, intrecciando tradizione, presente e futuro in un patrimonio in cui il lascito di Beethoven e il Romanticismo viennese hanno sempre rappresentato il cuore pulsante.
La cronologia dei suoi principali direttori d’orchestra vanta personalità leggendarie: Wilhelm Furtwängler, Hans Swarowsky, Herbert von Karajan, Wolfgang Sawallisch e Georges Prêtre. Dalla stagione 2024-25, la guida è affidata a Petr Popelka, che ha offerto una direzione coinvolgente e di grande plasticità espressiva.
In qualità di ambasciatori culturali ufficiali della Città di Vienna, i Wiener Symphoniker sono regolarmente ospiti dei più importanti palcoscenici internazionali. Il rapporto con Trieste affonda le radici nell’epoca dell’Impero austro-ungarico, quando l’orchestra, che all’epoca portava ancora il nome di Wiener Concertverein, si esibì proprio sul palcoscenico del Politeama Rossetti. Il programma inaugurale della tre giorni triestina è stato quest’anno di
particolare attrattiva con melodie incantevoli e ritmi appassionati: l’apertura affidata alla Sinfonia n. 4, Italiana, di Felix Mendelssohn-Bartholdy, che unisce il mondo tedesco a quello italiano, ha dato corpo allo spirito profondo di questa manifestazione; dopo il concerto per violino e orchestra di Max Bruch con l’applaudito solista Renaud Capuçon la Settima Sinfonia di Beethoven ha concluso degnamente la prima serata. Nella seconda si sono incontrati invece due maestri del lirismo e dei sentimenti autentici, Giacomo Puccini e Franz Léhar con arie d’opera e operetta apprezzatissime dal pubblico in sala. Sentori di primavera e incanti notturni sono stati invece il tema del terzo concerto, tutto dedicato a musiche di Wolfgang Amadeus Mozart.
La Mostra resterà aperta fino all’inizio del prossimo mese di novembre.
Corredo fotografico: Cynthia Beccari
miramare.cultura.gov.it/whats-on/esposizioni
www.khm.at
museoantichitawinckelmann.it
http://www.ilrossetti.it
www.wienersymphoniker.at


















